Tratto dalla piola di atene:
Mentre a Roma centinaia di studenti, disoccupati presenti o futuri manifestano il loro dissenso, a Torino i pochi rimasti guardano dalle finestre delle aule di palazzo nuovo ciò che sta succedendo fuori.
Là, c’è qualcuno che crede davvero in quello che fa, che non soddisfa semplicemente l’esigenza di dire in un futuro “io c’ero” ma che lotta per poter dire un giorno “io ci sono”.
Lotta, dissenso, futuro sono parole chiave che riportano immediatamente allo storico ’68 , ’68 che ha rivoluzionato la mentalità corrente senza possibilità di ritorno. Partecipazione di massa ad un qualcosa in cui si credeva profondamente , sufficiente per fa si che si realizzasse. Fatti e non solo parole, parole che erano come ancelle a servizio della realtà così giustificata. Non si aspettava il permesso di nessuno per agire e non si ricercava l’appoggio degli altri, dei “grandi” per dar inizio alla protesta. Si bastava a se stessi e non era necessario riconoscimento alcuno. Il vecchio era squalificato e c’era spazio solo per il nuovo, nuovo che non aveva forme da emulare.
La generazione d’oggi, invece, non è cosi. Non trova slancio sufficiente nell’opposizione come fine, ma è consapevole della dimensione strumentale che gli è propria e che legittima il suo uso.
Ecco che la realizzabilità effettiva del fine si impone, e, con essa, emerge una maturità più disincantata che non è necessariamente motivo di demerito, di debolezza e , più in generale, di giudizio.
Essere più realisti non significa essere depressi, statici, passivi, ma può rivelarsi meritevole laddove il calcolo di ciò che è possibile, è teso al conseguimento di qualcosa.
Ciò che manca oggi, non è la spinta ad agire per essere protagonisti del proprio tempo, ma è il riconoscimento di ciò che siamo da chi reputiamo ancora importanti.
La forza del movimento passato risiedeva nell’esclusione radicale della possibilità del fallimento - esclusione che faceva si che il passaggio dalle parole ai fatti fosse più immediato - e nella sufficienza in se stessi e nei propri ideali.
Quella odierna invece, risiede nella consapevolezza della complessità della realtà e nella necessità di attrezzarsi autonomamente per poterla affrontare. Questa coscienza ha bisogno d’essere riconosciuta.
Il motivo per cui la generazione odierna ha bisogno d’esso, non è sicuramente dovuto ad una sua propria mancanza, ma rimanda ad un momento storico, sociale, politico preciso di cui non siamo responsabili.
La cecità e la cinicità dei rivoluzionari che vogliono mantenere il loro status quo alimentata dalla cattiva informazione che svaluta la serietà della protesta, diffondono un pessimismo capace di deprimere veramente la nuova generazione.
Ogni cambiamento o tentativo d’esso è guardato dagli spettatori con scetticismo e vissuto dai protagonisti disincantatamente, svincolato da utopiche illusioni ed attento alla complessità che deve essere decostruita.
Ecco dove stanno i filosofi mettendo a servizio gli strumenti d’analisi acquisiti, con i piedi per terra ma con un dito sempre teso verso il cielo.
Alessandra
martedì 25 novembre 2008
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1 commento:
Bel pezzo. sono d'accordo. però vorrei ribadire un concetto: molte volte ho sentito paragonare questo movimento a quello del 68, a volte per dirli uguali, altre per dividerli. il mio punto di vista è: chi se ne frega. noi non siamo nel 68, e loro non erano nel 2008. pensiamo, come dici tu, al "ci sono", non al "chi c'era".
GiacomoCatellani
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